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Maestri Spirituali

Yukteswar

Sri Yukteswar

 

Priya Nath Karar nacque il 10/05/1855, a Serampore (India). Fu discepolo di Sri Lahiri Mahasaya. Entrò nell’ordine degli Swami, ove prese il nome di Yukteswar (unito a Ishwara).

Yogananda Paramahansa, che ne divenne il diletto discepolo, subito dopo avere terminato gli studi liceali, dice di lui, nella sua Autobiografia:

(da: “Autobiografia di uno Yoghi> - Astrolabio Editore)

[…] Sri Yukteswar era nel suo comportamento riservato e assai positivo. Non vi era nulla in lui del vago, o sciocco visionario. I piedi saldamente poggiati sulla terra, aveva la mente ancorata nel porto del cielo. Ammirava la gente pratica. "Santità non vuol dire ottusità. Le percezioni divine non rendono incapaci!", egli diceva. "L'espressione attiva della virtù affina anche la più acuta intelligenza".

Il mio Guru era restio a discutere di temi metafisici. La sua sola aura "meravigliosa" era quella di un'estrema e perfetta semplicità. Nella conversazione schivava gli argomenti sorprendenti: nell'azione si esprimeva con naturalezza. Molti Maestri parlavano di miracoli, ma non erano capaci di farne; Sri Yukteswar raramente citava le leggi segrete; ma, segretamente le metteva in pratica a volontà.

"Un uomo che ha realizzato il Sé non attua alcun miracolo, se prima non ne ha avuto l'autorizzazione interiore", spiegava il maestro. "Dio non desidera che i segreti della Sua creazione vengano rivelati a chicchessia. Inoltre, ciascun individuo a questo mondo ha l'inalienabile diritto al suo libero arbitrio. Un santo non interferirà mai con tale indipendenza". (Nota: Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle dinanzi ai porci, che talora non le pestino coi piedi e, rivoltatisi contro voi, non vi sbranino" [Matteo, 7, 6]. Fine nota).

Il silenzio abituale a Sri Yukteswar proveniva dalle sue profonde percezioni dell'Infinito. Non gli restava tempo per le interminabili "rivelazioni", che occupano l'intera giornata di maestri che non hanno realizzato nulla. "Negli uomini superficiali, i pesciolini dei piccoli pensieri muovono molto le acque. Nelle menti oceaniche, le balene dell'ispirazione fanno appena un'increspatura". Questa citazione delle Scritture indù non manca di un certo spiritoso buonsenso.

A causa dell'apparenza esteriore poco spettacolare del mio Guru, solo pochi suoi contemporanei riconobbero in lui un superuomo. L'adagio popolare: "Chi non sa nascondere la propria saggezza è uno sciocco" non sarebbe potuto mai essere applicato al mio profondo e tranquillo Maestro.

Sebbene nato uomo mortale come tutti noi, Sri Yukteswar aveva raggiunto l'identità col Signore del tempo e dello spazio. Nella sua vita io scorgevo una divina unità. Egli non aveva trovato nessun ostacolo insuperabile a una fusione perfetta dell'umano col Divino. Compresi che tali barriere non esistono che nella pusillanimità spirituale dell'uomo.

Quando toccavo i sacri piedi di Sri Yukteswar, mi sentivo sempre come elettrizzato. Gli yoghi insegnano che un discepolo viene spiritualmente magnetizzato dal riverente contatto con un maestro; si genera tra loro una misteriosa corrente. Gli indesiderabili meccanismi delle abitudini mentali del devoto vengono spesso come cauterizzati; i solchi profondamente incisi delle sue tendenze terrene sono beneficamente alterati. Almeno per un momento egli potrà vedere i segreti veli di maya sollevarsi, e intravedere per un attimo la realtà della beatitudine divina. Ogni volta che mi prostravo alla maniera indiana dinanzi al mio Guru, tutto il mio corpo era pervaso da una fiamma liberatrice.

Se giungevo all'eremitaggio in uno stato d'animo preoccupato, o indifferente, la mia disposizione mentale, a poco a poco, mutava. Una calma risanatrice discendeva su me alla sola vista del mio Guru. Ogni giorno che passavo con lui era un'esperienza nuova di gioia, di pace, di saggezza. Mai lo trovai illuso, o turbato da desideri, emozioni, collera, o da qualsiasi altro vincolo umano.

"L'oscurità di maya silenziosamente s'avvicina. Affrettiamoci a casa, dentro di noi". Con queste parole il Maestro rammentava costantemente ai suoi discepoli la necessità, per loro, del Kriya Yoga.

Uno studente nuovo esprimeva a volte il dubbio di non essere degno d'intraprendere la disciplina yoga.

"Dimentica il passato", lo consolava Sri Yukteswar. "Le vite passate di tutti gli uomini sono macchiate da molte vergogne. La condotta umana non darà mai affidamento fin quando non si è ancorati nel Divino. Ogni cosa in futuro migliorerà, se compirai uno sforzo spirituale ora".

[…]

Yukteswar, ed ero deciso a trarne vantaggio quale suo discepolo.

"Hai un temperamento esigente!." Poi, il consenso del Maestro venne, compassionevole, definitivo:

"Sia il tuo volere il mio volere".

Le ombre che avevano offuscato tutta la mia vita scomparvero dal mio cuore: la vaga, inquietaricerca era terminata. Avevo trovato l'eterno rifugio in un vero Guru.

"Vieni, ti mostrerò l'eremitaggio". Il Maestro si alzò dalla pelle di tigre.

Mi guardai intorno e il mio sguardo meravigliato cadde su un ritratto appeso al muro, infioratodi un ramo di gelsomini.

"Lahiri Mahasaya!".

"Si, il mio divino Guru!". La voce di Sri Yukteswar vibrava di venerazione.

"Quale uomo e quale yoghi era! Il più grande di tutti i Maestri la cui vita sia entrata nel raggiodelle mie ricerche".

M'inchinai, silenzioso, dinanzi al ben noto ritratto. L'anima tributò un omaggio al Maestro incomparabile, che, benedicendo la mia infanzia, aveva guidato i miei passi fino all'ora presente.

Sri Yukteswar scelse la mattina seguente per concedermi l'iniziazione al Kriya Yoga. La tecnica l'avevo già appresa da due discepoli di Lahiri Mahasaya (mio padre e il mio insegnante Swami Kebalananda); ma, il Maestro aveva un potere che mi trasformò completamente. Al suo tocco una grande luce inondò il mio essere, come una gloria d'innumerevoli soli che ardessero tutti insieme.

Un fiotto d'ineffabile estasi sommerse il mio cuore fin nel profondo.

[…]

La vita quotidiana nell'ashram si svolgeva tranquillamente, e di rado variava.

Il mio Guru si svegliava prima dell'alba. Disteso sul letto, o a volte seduto, entrava in samadhi (Nota: letteralmente "dirigere insieme". Samadhi è uno stato supercosciente di estasi, in cui loyoghi percepisce l'identità fra l'anima individuale e lo Spirito Cosmico. Fine nota).

[…]
.
Nel pomeriggio venivano i visitatori; un continuo flusso si riversava dal mondo della tranquillità dell'eremitaggio. Ogni ospite veniva trattato da Sri Yukteswar con sollecitudine.

Un Maestro, ossia un uomo che ha realizzato se stesso come l'anima onnipresente, e non come ilcorpo, o l'ego, percepisce in tutti gli uomini una sorprendente uguaglianza.

L'imparzialità dei Santi è radicata nella saggezza. Essi non soggiacciono più all'influenza dei mutevoli volti di maya; né, alle simpatie, o antipatie, che confondono il giudizio dei non illuminati.

Sri Yukteswar non dimostrava alcuna considerazione speciale per coloro che erano ricchi, potenti, o istruiti; e nemmeno disprezzava altri per la loro povertà, o ignoranza. Era capace di ascoltare pieno di rispetto parole di verità dette da un bambino e talvolta di ignorare apertamente un presuntuoso pandit.

Gli ospiti del pomeriggio talvolta indugiavano oltre le otto, ora della cena.

Il mio Guru non si permetteva di mangiare da solo; nessuno lasciava il suo ashram affamato, o insoddisfatto. Sri Yukteswar non era mai imbarazzato, o sgomento, per l'apparizione di ospiti inattesi; sotto la sua direzione piena di risorse, pochi cibi diventavano un banchetto. Eppure, era economo; i suoi modesti fondi andavano lontano. "State comodi entro la vostra borsa" usava dire. "Le stravaganze vi portano il disagio". Sia nei dettagli della condotta dell'eremitaggio, sia per i lavori di costruzione, o riparazione, od altre faccende pratiche, il Maestro manifestava tutta l'originalità di uno spirito creativo.

Le tranquille ore della sera ci portavano spesso uno dei discorsi del mio Guru, tesori che sfidano il tempo. Ogni sua espressione era cesellata dalla saggezza. Una sublime sicurezza marcava il suo modo di esprimersi: era unico. Parlava come mai ho udito altri parlare. I suoi pensieri venivano soppesati su una sensibilissima bilancia di discriminazione, prima ch'egli permettesse loro di prender forma nella parola. L'essenza della verità, onnipervadente perfino sotto un aspetto fisico, emanava da lui come un fragrante profumo dell'anima. Ero sempre cosciente d'essere alla presenza di una vivente manifestazione di Dio. Il peso della sua divinità induceva automaticamente la mia fronte a chinarsi dinanzi a lui.

Se degli ospiti si accorgevano che Sri Yukteswar stava entrando in contatto con l'infinito, egli immediatamente li impegnava in una conversazione. Era incapace di assumere una posa, o di ostentare il proprio ritiro in se stesso. Sempre unito a Dio, non aveva bisogno di un tempo speciale per entrare in comunione con Lui. Un Maestro autorealizzato si è già lasciato dietro il trampolino della meditazione. "Il fiore cade quando appare il frutto". Ma, i santi, spesso, continuano a praticare esercizi spirituali per dare l'esempio ai discepoli.

[…]


"Vieni subito all'ashram di Puri". Questo telegramma fu inviato l'8 marzo da un confratello ad Arul Chandra Roy Chowchry, uno dei chela del Maestro a Calcutta. Seppi del messaggio, e angosciato per il suo significato implicito caddi in ginocchio e implorai Dio di risparmiare la vita del mio Guru. Mentre mi accingevo a lasciare la casa di mio padre per prendere il treno, una Voce Divina parlò dentro di me:

- Non andare a Puri stasera. La tua preghiera non può essere esaudita. –

Colpito dal dolore, esclamai: "Signore, Tu non vuoi che io vado a Puri, perché non desideri dover Continuamente respingere le mie incessanti preghiere per la vita del Maestro. Deve egli dunque andarsene per compiere più alti doveri al Tuo comando?".

In obbedienza all'ordine interiore quella sera non andai a Puri. La sera dopo l'incamminai verso il treno; sulla strada, alle sette, una nera nuvola astrale a un tratto ricoprì il cielo.

(Nota: Il mio Guru entro nel mahasamadhi appunto a quell'ora, cioè alle sette di sera del 9 marzo 1936. Fine nota). Più tardi, in treno, mentre il convoglio sbuffava procedendo verso Puri, la visione di Sri Yukteswar apparve davanti a me: Egli sedeva con espressione molto grave e con una luce a ogni lato.

"E' tutto finito?".

Sollevai le braccia supplichevole.

Egli annuì, poi lentamente scomparve.

La mattina seguente, a Puri, mentre ero sulla piattaforma del treno, ancora tutto, uno sconosciuto mi si avvicino e mi disse: "Avete saputo che il vostro Maestro se n'è andato?". E mi lascio senza dire altro; non riuscii mai a scoprire chi fosse, né come avesse saputo dove trovarmi.

Ammutolito, barcollai contro la parete della piattaforma, comprendendo che, in modi diversi, il mio Guru cercava di darli la terribile notizia.

Bollente di ribellione, la mia anima era un vulcano. Quando giunsi all'eremitaggio ero vicino a un collasso. La Voce interiore mi ripeteva teneramente: - Stai calmo. Riprenditi.

Tremando, entrai nella stanza dell'ashram dove il corpo del Maestro, che pareva incredibilmente vivo, era seduto nella posizione del loto, vero ritratto di salute e di bellezza. Poco prima di morire, il Guru era stato colto da una leggera febbre, ma prima del giorno della sua ascesa all'Infinito il suo corpo era completamente guarito. Per quanto fissassi le sue care forme, non riuscivo a convincermi che non avessero pi- vita: la pelle era liscia e morbida, il viso aveva un'espressione beata di tranquillità. Aveva abbandonato coscientemente il suo corpo, nell'ora del mistico richiamo.

"Il leone del Bengala non è pi-!", gridai disperato.

Condussi i riti solenni il 10 marzo. Sri Yukteswar fu sepolto con l'antico rituale degli swami, nel giardino del suo eremitaggio di Puri. (Nota: Le tradizioni funerarie in India richiedono la cremazione per i capi di famiglia. Gli swami e i monaci di altri Ordini non vengono cremati, bensì sepolti. [A volte vi sono delle eccezioni]. Si considera simbolicamente che i corpi dei monaci abbiano già subito la cremazione nel fuoco della saggezza al momento di prendere i voti monastici. Fine nota). In seguito, i discepoli giunsero da ogni parte per onorare il Maestro con una cerimonia che si svolse all'equinozio di primavera. L'Amrita Bazar Patrika, il principale giornale di Calcutta, ne riporto, col suo ritratto, la relazione seguente:

"La cerimonia funebre Bhandara per Srimat Swami Sri Yukteswar Giri Maharaj, di 80 anni, ha avuto luogo a Puri il 21 marzo. Molti discepoli erano giunti a Puri per il rito.

"Lo Swami Maharaj, uno dei maggiori commentatori della Bhagavad Gita, era un grande discepolo dello Yogiraj Sri Shyama Charan Lahiri Mahasaya di Benares. Swami Maharaj fu il fondatore in India di vari centri Yogoda Satsanga (comunità d'Autorealizzazione), e fu il grande ispiratore del movimento Yoga portato in Occidente da Swami Yogananda, il suo maggiore discepolo. Furono i poteri profetici e le profonde realizzazioni di Sri Yukteswar che ispirarono lo Swami Yogananda ad attraversare gli oceani per divulgare in Occidente il messaggio dei Maestri dell'India.

"Le sue interpretazioni della Bhagavad Gita e di altre Scritture dimostrano la profonda padronanza che Sri Yukteswar aveva della filosofia sia orientale che occidentale, e aprono gli occhi al mondo sull'essenziale unità fra Oriente e Occidente. Convinto assertore dell'unità di tutte le fedi religiose, Sri Yukteswar fondo la Sadhu Sabha (Società dei Santi) con la cooperazione dei capi di varie sette e religioni, per la diffusione di uno spirito scientifico della religione. Quando si ritiro dalle sue attività, egli nomino Swami Yogananda suo successore alla presidenza del Sadhu Sabha.

"L'India è oggi davvero impoverita dal trapasso di questo grande uomo. Possano tutti coloro che ebbero la fortuna di avvicinarlo, inculcare su se stessi il vero spirito della cultura indiana e del sadhana (disciplina spirituale) personificati in lui".

Tornai a Calcutta. Poiché non avevo ancora la forza di recarmi all'eremitaggio di Serampore, così pieno delle sacre memorie del mio Guru, feci chiamare Prafulla, il piccolo discepolo di Sri Yukteswar a Serampore, e presi accordi con lui per farlo entrare nella scuola di Ranchi.

"La mattina che partiste per il Mela di Allahabad", disse Prafulla, "il Maestro cadde pesantemente sul divano e grido: "Yogananda se n'è andato! Yogananda se n'è andato! – e aggiunse misteriosamente: - Dovrò dirglielo in qualche modo. - Poi sedette per ore in silenzio".

I miei giorni erano riempiti da conferenze, lezioni, interviste e incontri con vecchi amici.

Sotto il mio vuoto sorriso e una vita di incessante attività, una corrente di neri pensieri inquinava l'intimo fiume dell'estasi che da tanti anni serpeggiava sotto le sabbie di tutte le mie percezioni.

"Dov'è andato quel Saggio divino? - piangevo silenziosamente nelle profondità del mio spirito tormentato.

Nessuna risposta veniva.

- E' meglio che il Maestro abbia completato la sua unione con l'Amato Cosmico, - mi assicurava la mente. - Egli brilla eternamente nel regno dell'immortalità.

- Mai più lo rivedrai nella vecchia casa di Serampore, - gemeva il mio cuore.

- Non più condurrai gli amici a visitarlo, né dirai con orgoglio: 'Vedete, ecco lo Jnanavatar dell'India!'.

Wright prese accordi perché la nostra comitiva potesse salpare da Bombay ai primi di giugno per tornare in Occidente. In maggio, dopo quindici giorni di banchetti d'addio e discorsi a Calcutta, partimmo nella Ford per Bombay. Al nostro arrivo, le autorità navali ci chiesero di rinunciare all'imbarco perché non si trovava posto per la Ford, di cui avremmo avuto ancora bisogno in Europa.

"Non importa", dissi cupamente a Wright, "voglio ritornare ancora una volta a Puri". E aggiunsi dentro di me: - Vadano le mie lacrime ancora una volta a bagnare la tomba del mio Guru.

LA RESURREZIONE DI SRI YUKTESWAR

"Krishna Signore!" La forma gloriosa dell'avatar apparve in un tremolante sfolgorìo, mentre sedevo nella mia stanza al Regent Hotel di Bombay. Sospesa sopra il tetto di un grande edificio che mi stava di fronte, l'ineffabile visione era sorta a un tratto dinanzi a me, mentre guardavo fuori dalla finestra aperta del terzo piano.

La divina figura mi fece un cenno di saluto, sorridendo e chinando il campo.

Quando vide che non potevo comprendere con precisione il suo messaggio, il Signore Krishna se ne andò con un gesto di benedizione, lasciandomi in uno stato di meravigliosa elevazione interiore; sentii che si preannunziava un evento spirituale.

Per il momento il mio viaggio in Occidente era stato rinviato. Dovevo tenere varie conferenze pubbliche a Bombay prima di ripartire per una visita d'addio a Calcutta e a Puri.

Seduto sul mio letto nell'albergo a Bombay, alle tre del pomeriggio del 19 giugno 1936, una settimana dopo la visione di Sri Krishna, fui strappato alla mia meditazione dall'apparire di una luce divina. Dinanzi ai miei occhi aperti e stupiti tutta la stanza si era trasformata in un mondo strano, e la luce del sole in un superno splendore. Ondate di rapimento mi sommersero quando vidi dinanzi a me, in carne ed ossa, la figura di Sri Yukteswar!

"Figlio mio!". Il Maestro parlava con tenerezza e il suo volto era soffuso di un sorriso da incantare gli angeli.

Per la prima volta in vita mia non m'inginocchiai ai suoi piedi per salutarlo, ma mi slanciai istantaneamente verso di lui per stringerlo bramosamente fra le mie braccia.

Momento indicibile! Tutta l'angoscia dei mesi passati era ripagata e cancellata dal torrente di felicità che si riversava ora su di me.

"Maestro mio, amato del mio cuore, perché mi avete lasciato?". L'eccesso della gioia mi rendeva incoerente. "Perché mi lasciaste andare al Kumbha Mela? Quanto amaramente mi sono rimproverato d'essere andato via!".

"Non volevo guastare la tua gioia alla prospettiva di vedere il luogo di pellegrinaggio dove per la prima volta incontrai Babaji. Ti ho lasciato solo per un poco! Non sono forse ancora con te?".

"Ma siete proprio voi, Maestro, proprio il Leone di Dio? Avete ancora un corpo come quello che seppellii sotto le crudeli sabbie di Puri?".

"Si, figlio mio, sono lo stesso. Questo è un corpo di carne e ossa. Sebbene io lo veda etereo, alla tua vista esso è fisico. Dagli atomi cosmici ho creato un corpo completamente nuovo, esattamente uguale a quel corpo fisico del cosmico sogno che tu ponesti sotto le sabbie di sogno a Puri, nel tuo mondo di sogno. Sono in verità risorto

[…]

Yukteswar svanì dal mio sguardo. Una voce che sembrava provenire da una nube ripeteva musicalmente: "Dillo a tutti! Chiunque conosce, attraverso la realizzazione del nirbikalpa, che la terra è un sogno di Dio, può raggiungere il più fine pianeta dell'Hiranyaloka, anch'esso creato dal sogno, e là mi troverà risorto in un corpo esattamente uguale a quello che avevo sulla terra. Yogananda, dillo a tutti!".

Non vi era più lo schianto del distacco. Il dolore per la sua morte, che a lungo aveva minato la mia pace, s'era dileguato in profonda vergogna. La beatitudine sgorgava in me come una fonte da infiniti poi riaperti dell'anima. Nell'erompente flutto dell'estasi i pori dell'anima, già ostruiti dal lungo disuso, ora si riaprivano in purezza. Le mie passate incarnazioni apparirono al mio sguardo interiore in sequenze simili a immagini cinematografiche. Il karma buono e cattivo appartenente a quelle figure di sogno era stato dissolto nella luce cosmica riversatasi su di me durante la visita divina del Maestro.

In questo capitolo della mia autobiografia ho ubbidito al comando del mio Guru di divulgare la lieta novella, anche se potrà sconcertare una volta di più una generazione indolente. L'uomo sa bene come grufolare nella terra: raramente ignora la disperazione; eppure queste sono cose perverse e non fanno parte della vera eredità umana. Il giorno che veramente lo vuole, l'uomo viene posto sul sentiero della liberazione. Troppo a lungo egli ha prestato orecchio al cupo pessimismo di coloro che gli ripetevano: "sei polvere", senza curarsi dell'anima invincibile.

Non fui il solo ad avere il privilegio di vedere il Guru risorto. Una chela di Sri Yukteswar era una donna anziana, conosciuta affettuosamente col nome di Ma (Madre). La sua casa era vicina all'eremitaggio di Puri. Spesso, durante la sua passeggiata mattutina, il Maestro si fermava per scambiare con lei qualche parola. La sera del 16 marzo 1936 Ma giunse all'eremitaggio e chiese di vedere il Guru. "Ma, il Maestro è morto una settimana fa!" le rispose Swami Sebananda che ora dirige l'eremitaggio di Puri, guardandola tristemente.

"Non è possibile!" protesto ella sorridendo. "Forse volete proteggere il Guru dai molesti visitatori?".

"No". Sebananda le racconto i particolari della sepoltura. "Vieni", le disse, "ti condurro nel giardino davanti alla casa per mostrarti la tomba di Sri Yukteswar".

Ma scrollo il capo: "Non vi è tomba per lui! Questa mattina alle dieci è passato dinanzi alla mia porta come al solito durante la sua passeggiata. Ho parlato con lui per vari minuti all'aperto sotto il sole: - Vieni stasera all'ashram - mi ha detto.

"Eccomi qua! Benedizioni piovono su questo mio vecchio capo grigio! Il Guru immortale ha voluto farmi comprendere in quale corpo trascendente egli mi ha visitata stamane!".

Sebananda sconvolto, s'inginocchio dinanzi a lei. "Ma", le disse, "quale enorme peso di dolore togli dal mio cuore! Egli è risorto!".

 


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