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Tantra Yoga

 

 

 


Lo Yoga dell’unione Divina 

 

QUARTA DISCIPLINA: Il Rituale Segreto – PanchaTattva

 

Il rituale segreto che ora verrà descritto è adattato alle necessità occidentali da un guru del Bengala che, oltre a diffondere lo Shastra, ha un quotato studio legale a Calcutta. Per conservare l’anonimato lo chiameremo Pandit R. Chatterjee, sebbene questo non sia il suo vero nome.

Tempo e luogo sono le prime due cose da prendere in considerazione per eseguire tale disciplina. Per quanto riguarda le ore, è preferibile il  periodo compreso tra le 19 e mezzanotte, sebbene il sadhana possa essere effettuato ad ogni momento adatto.

La stretta tradizione induista riconosce un solo giorno al mese in cui l’esecuzione del coito rituale costituisce un rito ed è il quinto giorno dopo la cessazione del periodo mestruale della shakti. In alcune parti del Tibet e della Cina, tale restrizione non viene osservata.

L’intero rito deve essere effettuato sotto una luce bassa, ma mai completamente al buio.

L’illuminazione migliore è data da una lampada che emani una luce viola scuro. Al momento del vero e proprio maithuna , la lampada deve essere posta in posizione tale che i suoi raggi cadono direttamente sulla regione del muladhara della shakti (partner femminile).

La stanza dove deve avere luogo il sadhana deve essere linda, pulita e ben ventilata. La temperatura deve essere mantenuta ad un livello tale da permettere ai partner rituali di restare, durante la maggior parte del rito, nudi senza risentirne.

Un vaso di fiori freschi, preferibilmente di hibiscus scarlatti o di rose rosse, dà un tocco festoso, ma non è essenziale.

I Kula-dravya  (oggetti usati nel sadhana) vengono portati nella stanza nel momento in cui deve avere inizio il rito e ciò che di essi resta, viene portato via immediatamente dopo che il rito si è concluso.

Questi oggetti sono: Un vassoio d’argento o un largo piatto di ceramica su cui sono state poste porzioni di ogni tipo di carne fresca cotta, pesce, biscotti di cereali o riso cotto, molti semi di cardamomo.

Due bicchieri tondi di vetro e una brocca d’acqua da bere a cui siano state aggiunte poche gocce di acqua di rose.

Una caraffa di vino qualsiasi, dolce o secco – per gli occidentali, in alternativa possono usare Whisky, brandy o liquore, l’importante è che siano usati in piccole quantità).

Due bicchieri o piccole coppe da liquore.

Due candele nei candelieri.

Essenza di muschio o di pasciulì.

Questi oggetti o strumenti devono essere sistemati in modo grazioso ed estetico, come quando si prepara la tavola per un banchetto, usando una tovaglia di lino.

Secondo lo Shastra, essi, insieme al maithuna, rappresentano l’intero universo (jagat-brahmanda).

Il vino, dice il Mahanirvana Tantra, rappresenta l’elemento fuoco. Esso simboleggia la pakriti o energia cosmica creativa che porta gioia all’uomo e fa svanire i suoi dolori.

La carne, il secondo tattva, che stimola la crescita del corpo e lo sviluppo della mente, simboleggia l’elemento aria e rappresenta anche l’intera vita animale sulla terra.

Il pesce, collegato simbolicamente all’elemento acqua, aumenta i poteri generatori del corpo e il flusso del prana attraverso i tre principali nadi. Con esso, il sadhaka si identifica alle forme della vita acquatica.

I cereali bruciati uniscono l’individuo alla vita vegetale, e attraverso essa, con quelle correnti geodetiche succhiate dal suolo come nutrimento della vita terrestre. Il cereale si ricollega all’elemento terra.

Anche i semi di cardamomo illustrano la duplice struttura della creazione fisica, avviluppata nel suo involucro (kosha) di maya o nel suo velo. I mistici di ogni fede hanno affermato la dualità di ogni aspetto della vita, indicandola come la sorgente di ogni attività creativa.

Il quinto tattwa o unione sessuale è l’etere, il substrato fondamentale di ogni creazione, la radice profonda del mondo visibile.

Si consiglia ad entrambi i partner di fare un accurato bagno dalla cima della testa ai piedi immediatamente prima del sadhana.

Oltre a considerazioni puramente estetiche, il bagno è di rigore nel rituale tantrico poiché le correnti bioelettriche devono scorrere liberamente tra la coppia durante il contatto corporeo necessario nelle ultime fasi del sadhana. Esperimenti hanno dimostrato che queste correnti raggiungono la loro massima intensità nella zona genitale del corpo umano.

Emergendo dal bagno, la shakti si profuma abbondantemente col suo profumo preferito che include nella sua formula il muschio o lo zibetto.

Indossa un négligé di seta sottile, di nailon o di lino leggero di colore rosso o di una sfumatura che si avvicini a quella dell’ibisco o della rosa della Cina che è il fiore simbolico del Tantrismo.

Il sadhaka indossa una vestaglia o una tunica di qualsiasi materiale, lino o seta, per esempio, e di qualsiasi colore.

Essi entrano insieme nella stanza del sadhana ed entrambi iniziano col primo passo del segreto rituale, lo yoni mudra.

Se la shakti non ha ricevuto un addestramento preparatorio, lo shishya maschio entra da solo nella stanza e chiama la sua mudra (partner) dopo aver portato a termine la disciplina iniziale che è la seguente:

Dopo aver acceso le candele, egli si siede nella posizione di o pratica che ha trovato più conveniente per la meditazione. Dopo aver svuotato i polmoni dell’aria residua egli regolarizza il respiro  e lo controlla con il pranayama (inalare contando fino a sette, trattenere il respiro fino ad uno, esalare contando fino a sette; ripetere dodici volte).

Inalando per iniziare il tredicesimo ciclo respiratorio, egli trattiene il respiro contando fino  a sette prima di esalarlo contando ancora fino a sette. Mentre trattiene il respiro egli concentra fortemente la sua coscienza sul centro muladhara, situato tra l’ano e la radice dei geniali.

Quando trattiene il respiro egli stimola questo centro contraendo i muscoli sfinterici dell’ano. Nel frattempo; egli immagina che tra Shiva e Shakti abbia luogo l’unione creativa; cioè dire tra la coscienza cosmica (purusha) e l’energia cosmica (prakriti). Mentre avviene questa unione, egli immagina che una corrente vitale fluisca verso l’alto attraverso il canale centrale (sushumna) della sua spina fino alla cima del capo.

Questo ciclo viene ripetuto per dodici volte, quindi la mudra viene chiamata nella stanza e il rito procede, con la partecipazione di entrambi i partner.

Sulla tavola-altare, la shakti siede sulla mano sinistra del sadhaka. Quando entrambi sono seduti, e dopo un istante di silenzio, il sadhaka esegue la cerimonia conosciuta come panchikarana nel seguente modo:

Con l’indice della mano destra egli batte sulla caraffa del vino esclamando “Pat”.

Poi mormorando la sillaba “Hang” fa il gesto di velare la caraffa. Fatto ciò, si sdraia e guarda per un momento il vino senza batter ciglio, quindi unisce il pollice e l’anulare della mano sinistra e fa un gesto verso la caraffa dicendo “namah”.

Infine stappando la caraffa, l’afferra con la mano sinistra e chiudendo la narice destra, con la destra porta il vino vicino all’Ida o narice sinistra e inala l’aroma.

Scostando il capo della caraffa egli esala attraverso il pingala o narice destra. Questo processo di adorazione viene ripetuto tre volte allo scopo di purificare i tre nadi o canali di energia psichica.

Quindi egli intona il seguente mantra: ”Devata bhava siddhaye”.

I due bicchieri o le coppette vengono riempiti per due terzi di vino. Uno viene dato alla shakti e i partner sollevano il bicchiere all’unisono e ne sorbiscono il contenuto.

Quindi il sadhaka li riempie di nuovo fino ai due terzi, poi ognuno dei due prende un pezzetto di carne dal vassoio tenendolo tra il pollice e il medio della mano destra, ripetendo mentalmente le parole “Shiva, Shakti, Sadha-Shiva, Ishvara, Vidya, Kala”.

Consci di essere in presenza del Devi, essi pensano: “Io purifico il mio corpo materiale con l’atma-tattwa”. Poi ognuno di essi consuma il pezzo di carne.

Quindi si prosegue con il vino, reggendo il bicchiere o la coppa tra il pollice e il medio della mano sinistra.

Il sadhaka riempie di nuovo i bicchieri.

Ora allo stesso modo della carne, viene preso un pezzettino di pesce e mentre i partner recitano mentalmente il Mula-Mantra “Deva bhava siddaye” il vino viene nuovamente consumato.

Dopo che il sadhaka ha ancora riempito i bicchieri, viene ripetuto lo stesso Karana usando il grano bruciato e il biscotto. Ancora una volta vengono vuotati e riempiti i bicchieri.

A questo punto si mangia un pezzetto di ogni componente del shuddi (carne, pesce e biscotto), seguiti dal vino.

“Poi fate che ognuno prenda la sua coppa e mediti su Kula Kundalini  come divina coscienza del corpo che si estende dalla radice chakra alla punta della lingua”.

Gli adoratori vuotano di nuovo i loro bicchieri che vengono quindi riempiti d’acqua allo scopo di rinfrescarsi la bocca.

Il sadhaka prende un cardamomo dal shuddi-prata (piatto o vassoio contenente il cibo rituale) e lo passa alla sua shakti che lo riceve nel palmo della mano sinistra, quindi ne prende uno per se stesso ed entrambi aprono l’involucro esterno, o buccia. Guardando all’interno il granello bivalvolare – due metà che formano una unità all’interno dell’involucro che li avviluppa – essi ricordano che tutto il creato è analogamente una unità che appare dualità se vista attraverso il velo della prakriti. Essi riflettono che questa dualità costituisce una polarità e che questa stessa polarità è presente entro di loro.

Quindi i cardamomi vengono rimossi e masticati per addolcire il respiro.

I partner quindi abbandonano la tavola e arrivano ad un letto o giaciglio dove deve aver luogo il maithuna.

La shakti si spoglia (eccezion fatta per i gioielli che desidera tenere) e si siede eretta sul bordo del letto o giaciglio. Il sadhaka è ritto di fronte a lei. Viene accesa la lampada viola e messa in posizione tale che la luce cada sul corpo nudo della shakti.

Considerandola ora come l’incarnazione del Devi di Zaffiro il sadhaka la guarda con ammirazione e reverenza, come uno che ponderi sul mistero della creazione e sull’immaginabile segreto dell’essere. Poiché essa è <estremamente sottile, colei che risveglia la pura coscienza, colei che contiene ogni beatitudine>.

Di nuovo il sadhaka la contempla come <l’immacolato forziere della bellezza, lo splendente protoplasto, la procreatrice di tutto ciò che è, di ciò che imperscrutabilmente diviene, di ciò che muore e di ciò che di nuovo nasce>.

Nel Lalita Vistara è scritto che ella è colei <la cui vita sottile che si curva sotto il peso del frutto maturo dei seni sboccia in fianchi ingioiellati, pesanti per la promessa di molte maternità>.

Qualora il sadhaka non riesca a considerare in tal modo la sua shakti gli si consiglia di non procedere oltre con il sadhana poiché praticamente, secondo l’opinione tantrica generale, senza questa realizzazione il maithuna che segue è un atto carnale, terreno, che non differisce dall’ordinario rapporto sessuale.

Dopo aver osservato in questo modo la shakti, il sadhaka si pone la mano sul cuore e recita: “Shiva hum, So hum”, che significa “Io sono Shiva; Io sono lei”. In tal modo egli si identifica con l’unione cosmica di Shiva – Shakti.

Poi egli proietta nel corpo della shakti la vita del Devi con un rito cui nei testi tantrici ci si riferisce come nyasa, che consiste nel mettere la punta delle dita su alcune parti del corpo della shakti, mormorando gli appropriati mantra. Lo scopo di questa pratica è di risvegliare le forze vitali che giacciono latenti in queste zone del corpo materiale.

Usando l’indice ed il medio della mano destra il sadhaka tocca leggermente e volutamente la zona del cuore della shakti, la corona della sua testa, i tre occhi (vale a dire il centro della fronte e le due palpebre), l’incavo della gola, ambedue i lobi auricolari, il seno, la parte superiore delle braccia (sinistra e destra), l’ombelico, le cosce, le ginocchia, i piedi e la yoni.

Mentre esegue questi movimenti, egli recita il seguente mantra, mentalmente o a voce alta: “ Hling… Kling… Kandarpa…Svaha”.

Poi il sadhaka si spoglia a sua volta, e i partner giacciono insieme sul letto, la shakti alla sinistra del sadhaka. Ella si stende supina ed egli sul fianco sinistro per guardarla.

Nel caso in cui il respiro del sadhaka non sia già attraverso il pingala o lato destro, dovrà presto passare attraverso tale canale, dopo essere rimasto per breve tempo sdraiato sul fianco sinistro.

Nel momento in cui egli percepisce chiaramente che il flusso si trova attraverso il pingala egli è pronto ad assumere la posizione maithuna, che consiste in quanto segue:

La shakti solleva le gambe piegando le ginocchia e spingendo verso il petto. Il sadhaka quindi gira la parte superiore del corpo lontano da quella di lei e porta il pene a stretto contatto con la yoni di lei. Ella quindi abbassa le gambe ed egli pone la sua gamba destra tra le gambe di lei. Se eseguiti in modo corretto i movimenti portano gli organi sessuali dei partner rituali a stretto contatto, contatto che può essere prolungato per un periodo di tempo senza causare tensione o fastidio.

Giacendo così, completamente rilassato, il sadhaka gentilmente separa le labbra della yoni e inserisce parzialmente il suo pene, La penetrazione in profondità nella vagina a questo punto non è necessaria né consigliabile, ma lo stretto contatto tra il pene e la membrana umida dello yoni interno è importante.

Il sadhaka e la sua consorte giacciono ora completamente immobili e rilassati per un periodo di trentadue minuti, durante i quali essi immaginano il flusso delle correnti praniche tra di loro, flusso che raggiunge il suo apice al momento del contatto tra gli organi sessuali. Una tale concentrazione non deve essere forzata, né ansiosamente attesa, ma raggiunta in modo distaccato e quasi sonnolento.

Gradatamente ciascuno dei partner diverrà cosciente della marea di piacevole sensazione che aumenta di intensità mentre l’energia psichica fluisce attraverso gli organi riproduttivi e i chakra.

Secondo il pandit Chatterjee tra i cultori occidentali che praticano il sadhana si verifica un improvviso acme di sensazione ad un determinato momento, tra il ventottesimo e il trentaduesimo minuto di pratica. Questa brusca eccitazione, diversa da tutte quelle prima sperimentate, porta ad una contrazione orgastica e involontaria di tutti i muscoli del corpo.

Si verifica una diminuzione chiaramente percepita della tensione, allorché si inverte la direzione delle correnti praniche, che fluiscono all’interno anziché all’esterno, entrando nei nadi del corpo sottile e infondendo energia all’intero organismo.

Questa indescrivibile esperienza di unità è chiamata nei testi tantrici samarasa, cioè dire stato nirvanico. Questa è la ragione per cui il maithuna occupa un posto tanto importante nelle discipline tantriche. Per mezzo della inversione, questo fluire delle correnti praniche, si verifica il riassorbimento nel cosmo. Il tempo e l’eternità diventano un tutt’uno, Shiva e Shakti sono sposati nell’essere stesso del sadhaka, ed egli conosce la unificazione che precede la creazione dell’universo.

Se questo fluire di energia non si manifesta durante lo stato di raptus appena descritto, il sadhana è fallito e dovrà essere ripetuto più tardi.

Istruendo il sadhaka, i guru tantrici mettono in particolare rilievo la prudenza da usare contro la eiaculazione. Questa dura e salda regola richiede grande autocontrollo e un precedente addestramento da parte del partner del sadhana, ponendo allo stesso tempo il sadhana tantrico al di là della portata del libertino, del voluttuoso e del curioso indolente.

Se, durante il maithuna il sadaka sente che la eiaculazione è imminente, è istruito a prevenirla trattenendo il respiro e ruotando simultaneamente la lingua verso l’interno della bocca più che sia possibile.

In India e nel Tibet gli yogi allungano gradualmente la lingua con determinate pratiche, fino a poterla rivoltare completamente volgendola all’indietro nello spazio sotto l’epiglottide.

Per l’aspirante occidentale, tuttavia, è sufficiente inarcare semplicemente la lingua all’indietro il più possibile, sospendere il respiro e contrarre i muscoli anali come se praticasse la disciplina che precede il maithuna.

E’ importante ricordare che lo scopo immediato è l’arresto temporaneo e simultaneo del respiro, del pensiero e dello sperma.

Il Samhita Goraksha dichiara:

“ Finché il respiro è in moto si muove anche lo sperma. Quando il respiro cessa di muoversi anche lo sperma è a riposo”.

Se si verifica una emissione involontaria, allora il sadhana è terminato, poiché non darà alcun frutto. Tuttavia i guru dicono anche ai loro studenti che se l’eiaculazione non è intenzionale, non deve scoraggiare ulteriori tentativi a praticare il rito.

Se il sadhaka riesce a superare il desiderio pressante di indulgere all’orgasmo convenzionale, egli continua per molti minuti dopo lo stato del samarasa. Tale periodo può essere gradualmente esteso a due o a tre ore, se esso costituisce il reciproco desiderio della coppia.

 

Il rituale può essere terminato in uno dei seguenti modi:

 

1)               – Il sadhaka si ritira e “ritorna  ancora una volta nella sua tana” – cioè dire egli ripete la tecnica dello Yoni mudra con cui ha iniziato il sadhana.

2)               – Completamente rilassato nel corpo e nella mente, e addolcito dal rapimento della vera unione, lo stato di samarasa della coppia scivola in un normale assopimento. Entrambi quindi si risveglieranno rinvigoriti e nei loro reciproci rapporti giornalieri saranno più armoniosi.

 

Conclusione:

 

Bisogna sottolineare che il sadhana appena descritto è un rito e una disciplina dello yogi, senza alcun nesso con il convenzionale rapporto sessuale. Come rituale tantrico esso viene eseguito correttamente soltanto durante un mese lunare, cioè dire nel giorno della Shakti o nel quinto giorno dopo la cessazione delle mestruazioni.

Se tuttavia la coppia lo desidera, alcuni dei suoi aspetti possono anche essere adattati con profitto al rapporto ordinario.

Ad esempio, nell’atto terreno, si può praticare il momento di immobilità seguito dall’orgasmo. Il bisogno di maggiore concentrazione e di coscienza mentale durante l’amplesso è un’altra pratica tantrica che potrebbe essere adottata con risultati positivi in occidente. Si deve notare che questo non soltanto implica delle emozioni fisiche, ma anche sentimenti di amore, di devozione e di tenerezza verso il proprio partner durante l’atto.

Il Dott. Wilhelm Reich ha osservato che individui perfettamente inseriti nella società non parlano e non ridono mai durante l’atto sessuale, a meno che non si tratti di parole di tenerezza.

Egli sottolinea che tanto il parlare che il ridere indicano una grave mancanza delle capacità di rilassamento, poiché questo richiede il completo assorbimento dell’individuo nella sensazione del samarasa.

Il rituale segreto del tantrismo ha scopi più elevavati di quello di migliorare semplicemente i rapporti sessuali tra uomo e donna. Secondo il tantra, i doni impagabili del maithuna sono saggezza e moksca (liberazione dai vincoli materiali).

Così la mente del sadhaka non è più confinata entro i limiti della logica e della ragione cosciente. Fluttuando liberamente, per così dire, egli si arrende agli strani impulsi e alla coscienza intuitiva che vengono a lui dall’ignoto. Egli entra nel segreto mondo della natura, nel mondo dell’artista e del santo. Egli è come il cigno descritto dal poeta Rilke che, dopo aver goffamente vagato sulla terra, entra nell’acqua “che dolcemente sciacqua contro il suo petto, che dolcemente fluttua dietro di lui in una piccola scia di onde… mentre silenzioso, controllato e sempre più cosciente egli si compiace di muoversi serenamente nel suo regale incedere”.

 

 

 

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