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Tantra Yoga

 

 

 

Lo Yoga dell’unione Divina 

 

QUINTA DISCIPLINA: le siddhi – i poteri magici

 

Il sadhana può essere praticato a qualsiasi ora, di giorno e di notte; tuttavia la maggior parte dei guru dice che è più efficiente se eseguito all’alba, nelle prime ore del mattino.

Purché si tenga la spina dorsale eretta e diritta come una freccia, si può usare tanto la posizione orientale che quella occidentale.

Lo yogi guarda ad est. Se si assume l’asana a gambe incrociate dell’India, il sadhaka deve essere su una coperta ripiegata o una sorta di imbottitura.

Per prepararsi alla parte dinamica dell’esercizio, egli inspira ed aspira ritmicamente contando 7, 1, 7, 1 come nelle prime discipline.

Dopo aver completato dodici cicli (o più se necessario per liberare i passaggi) con questo rapporto, il postulante si rilassa per un momento e lascia che il respiro fluisca liberamente.

Poi afferrato il polso sinistro e la parte superiore del dorso della mano sinistra con la mano destra, egli pone le mani, in questo modo unite e con i palmi verso il basso, sul chakra ombelicale o centro di trasformazione, cioè sul plesso solare.

I Tantrici danno molta importanza a questo chakra. Esso è considerato come una sorta di centrale psichica in cui viene generato il mistico fuoco che i tibetani chiamano tumo.

Il sadhaka ora chiude gli occhi e visualizza entro questo centro una sottile lingua di fuoco intensamente brillante. Egli la immagina non più grande di un capello, come un filo incandescente ritorto in cima come un cavatappi. Quando questa immagine è stata chiaramente fissata nell’occhio della mente, lo yogi comincia ancora una volta a respirare lentamente e profondamente ancora al ritmo di 7, 1, 7, 1.

Mentre il respiro fluisce all’interno ed all’esterno, egli pensa ai suoi polmoni come ad una mantice che alimenta la lingua splendente di fuoco che è all’interno del chakra Ombelicale finché essa non divenga sempre più incandescente.

Dopo un certo tempo, un dolce calore avvilupperà la zona del plesso solare. A questo punto, lo yogi sostituisce alla sua immaginazione del fuoco tumo, una immagine mentale della cosa e o della condizione da lui desiderata. Quindi, inspirando ed aspirando in breve ritmici scatti, egli fa muovere l’addome e il diaframma avanti e indietro con movimento veloce e spasmodico, come accade quando si singhiozza. Nel frattempo, egli continua nella visualizzazione desiderata.

Questa parte dell’esercizio dura circa due minuti, durante i quali il sadhaka si concentra intensamente sull’obiettivo desiderato. Quindi abbassa quindi abbassa la testa fino a premere fortemente il mento contro il petto. L’aria viene completamente espulsa dai polmoni e il respiro trattenuto all’esterno mentre conta sino a sette. Le sue mani (ancora unite nel mudra innanzi descritto) premono il plesso solare e scuotono quella zona con un movimento vibratorio veloce come quello prodotto da una cintura elettrica dimagrante.

Ciò facendo, egli visualizza intensamente ancora una volta ciò che desidera mettendone a fuoco l’immagine nella sua mente.

“Avendo così risvegliato l’essenza spirituale del suo desiderio – afferma un testo – lo yogi inspira ancora una volta sollevando contemporaneamente il capo fino a fissare il soffitto o il cielo”.

Quindi, tendendo i muscoli della gola per trattenere il respiro (prana), egli forza l’aria rapidamente verso il basso fino a premere contro il diaframma e il chakra Ombelicale.

Trattenendo il respiro contando fino a sette, lo yogi visualizza la fiamma tumo mentre entra nel canale centrale della sua spina (il sushumna) e si dirige verso la corona del capo. Con essa egli invia la sostanza mentale del suo desiderio.

Mentre esala, egli immagina che il suo desiderio sia al di fuori di lui, è diventato ora una forma di pensiero esteriorizzata, viva, obiettiva e reale.

Generalmente, il sadhaka che pratica tale disciplina per la prima volta, non la ripete più di tre volte, ma in occasioni successive, allorché egli rafforza la sua immagine – desiderio , può eseguire fino a sette cicli. Egli persiste nella pratica finché non si realizza completamente l’obiettivo desiderato, anche se lo sforzo richiede mesi o anni. Una delle principali virtù del Tantrico è la perseveranza e la costanza nell’esecuzione di ogni data disciplina.

“Uno dei principali ostacoli sul cammino dei praticanti occidentali – disse Pandit Chatterjee – è la loro impazienza. Essi sono così abituati ad una società in cui basta premere un bottone perché l’effetto segua alla causa con la velocità del lampo che si aspettano dal loro sadhana risultati istantanei”.

“ Ma nella scienza di Shiva abbiamo a che fare con un altro ordine di esistenza, quella dei piani interni, in cui il tempo come lo conosciamo noi non esiste. Un avvenimento può verificarsi istantaneamente, in un anno, o in una Kalpa o contemporaneamente in tutti questi periodi”.

Di conseguenza il sadhana, se eseguito correttamente e con perseveranza, porterà di sicuro i suoi frutti alla stagione giusta e secondo il piano divino, non umano.

Un Lama tibetano ha di recente fatto una osservazione simile a quella del Pandit Chatterjee riguardo al lasso di tempo che spesso intercorre tra le messa in movimento delle forze psichiche e i risultati visibili.

Tuttavia, lo yogi, mentre acquisisce ed usa le forze della creazione, viene chiamato a meditare costantemente sulla irrealtà della loro natura.

La tradizione buddista gli ricorda soprattutto che sia lui, così come appare in questo mondo, sia tutto ciò che gli crea, sono composti di elementi individuali, e come tali, destinati a dissolversi nel tempo.

Non vi è nulla che egli possa considerare come proprio per sempre, nulla che egli possa creare che non cambi e non svanisca. Il sogno e il sognatore sono privi di sostanza permanente e di vera entità. I suoi occulti poteri (siddhi) non sono che specchi magici in cui si riflettono immagini fluttuanti come la luna nell’acqua, una nuvola nel cielo, un arcobaleno: immagini vivide e belle ma senza sostanza interiore. E ciò poiché il fine di tutto questo è il Grande Silenzio, l’inimmaginabile grembo di Shakti.

 

 

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