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DIALOGHI DI UN FARAONE - LI 

   (Continuazione del Dialogo precedente) 

 

Quella rivelazione..., la sua morte... assistita in tutti i dettagli..., tutto quello, non poteva essere vero per lei. Cos', fuori controllo, la piccola  Amenemhat gridava, chiamando i Sacerdoti di dargli nuova vita e di liberarla dai lacci che la tenevano al sarcofago dorato.

Amenemhat era impazzita al pensare al suo funerale, ed il caro ricordo di suo padre la fece tornare in sè e a correre disperata per i corridoi del tempio già vuoto. 

Potenze interiori, visioni, língue strane fluivano dentro le pareti millenarie di quel Tempio. In uno stato alterato di coscienza, ella passò a vedere visi estranei, figure estranee e famigliari, esseri sensuali la tentavano; esseri extraterrestri e figure la osservavano silenziosamente. Ma, il peso di una sensazione di essere prigioniera era molto più disperato.

Tutti i giorni, in un tempo che pareva esser stato di anni senza fine ella, completamente fuori controllo, percorreva tutte le camere del Tempio, cercando la sua libertà e indagando la causa della sua condanna.

Eventualmente, ella si ricordava delle parole del Sacerdote che avrebbe potuto essere visitata dalla sua istruttrice.  "Chi poteva essere?" Alcune volte, tra stati di profonda rivolta, (poichè ella era la figlia del faraone, come poteva essere stata giudicata e condannata in quel modo?) Amenemhat, distingueva l'immagine di una ragazza estranea. "Sarebbe lei un altro miraggio ? Ancora una tra centinaia di allucinazioni ?".

Ma lei notava che la fisionomia era estranea e differente dal popolo egizio e dei suoi discendenti extraterrestri. Anche perchè aveva uno sguardo di compassione davanti alla sua sofferenza.  “Sarebbe lei la sua istruttrice? Il suo Angelo Custode?” - pensava Amenemhat.

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 In questo giorno, nel ricordo di quella giovane che le sorrideva, Amenemhat,  va al fondo del tempio, da dove, da una fenditura nella roccia , ella osservava le stelle come sempre faceva in tutte le notti solitarie e di totale apatia. In una attitudine rara e unica di controllo spirituale profondo e avvolta da un sentimento d'amore e non di rivolta, aiutata da suo angelo custode, ella, alza le braccia, in direzione dei cieli, come suo padre le aveva insegnato da piccola e riesce a mormorare alcune parole con la forza di una poca ragione che ancora le restava. Dal fondo del suo cuore disperato, con gli occhi pieni di lacrime ella può dire sottovoce.:

 “Padre mio, per tutto ciò che è più sacro, aiutami ! aiutami ! aiutami !   Gli anni passano ed io sono prigioniera per una causa che non conosco. Gli dei che mi insegnasti a rispettare, mi osservano nella mia disgrazia, ma non mi soccorrono. Dov'è la tua promessa d'amore ? Io sono fiacca, aiutami, amato padre mio, io sono fiacca ! Io sono prigioniera in questo tumulo, abbandonata e sola ! La luce che abita il mio cuore... si spegne lentamente...! Soccorrimi nella mia angustia ! Io elevo le mie mani in supplica nella tua direzione amorosa come un bambino che cerca soccorso o un passero che cerca rifugio. La mia coscienza è fiacca... e... si perde, padre!" 

 

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 Una luce  intensa discende tra le fenditure della roccia e bagna il corpo di  Amenemhat, illuminando la sua anima completamente. Con il cuore alleviato e perdonato, ella apre gli occhi  e risveglia da un incubo secolare.   

Ella si vede in un'altro luogo completamente differente ed estraneo di quello conosciuto Egitto.

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Usando abiti squisiti, ella prendeva acqua in un fiume.

Che luogo era questo? C'erano alberi da tutti i lati, montagne ed uccelli. Da lontano una voce femminile si fece ascoltare nella sua direzione.

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“Fiore dell'Alba....Ti stò cercando da tempo ! Dove andavi bambina ?”

“Quì , mamma !” Amenemhat, risponde.

“Il Cacicco Penna-di-Aquila-Bianca, tuo Padre, desidera parlarti con urgenza. Vieni presto, il Consiglio è riunito ! Lascia l'acqua per dopo, figlia !

           

CONTINUA

 

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